“FIGA DI LEGNO” ed espressioni che vengono usate AD CAZZUM (dico così per par condicio eh)

Lasciamo perdere, per oggi, i motivi (che non sono tali) che portano spesso e volentieri maschi più o meno giovani ad etichettare una ragazza con l’ormai ricorrente epiteto “figa di legno”.
Non ritengo necessario addentrarmi su quali caratteristiche o presunte tali si vogliano attribuire alla malcapitata di turno, donna che spesso vive beatamente ignara del tutto (o vive beatamente conscia del tutto e se ne frega – perdonate il turpiloquio – com’è giusto che sia).
Fortunatamente, per quello che ho modo di sperimentare io, anche se questo viene detto in faccia all’imputata questa più di tanto non ci soffre: la sua mente elabora il messaggio e lo trasforma, forse per autoprotezione, in una sorta di “sostiene non sia una che la cala facilmente, poco male“.
Fin qui, quindi, sembra una di quelle etichette innocue (sempre che esistano delle etichette davvero innocue) che va beh, lasci che ti venga appiccicata addosso e morta lì, in fondo sembra quasi un complimento. Perché sostengo sembri quasi un complimento?
So che sembra un’affermazione bizzarra, ma la nostra cultura tende spesso a dividere in due poli opposti attributi e sostantivi: se non sei una di facili costumi, allora sei figa di legno.
Questi due poli opposti, come ben sappiamo fin da quando siamo piccoli, si chiamano “contrari“. Esempi? Beh, andiamo di cliché: bene/male, buono/cattivo, bello/brutto, felice/triste, alto/basso, magro/basso, altruista/egoista, veloce/lento, grande/piccolo, scuro/chiaro e via dicendo, potrei continuare ore ed ore a fornire esempi analoghi. Non proseguo perché ciò è già alquanto sufficiente per provare ad illustrare a voi ciò che mi è balenato per la mente, portando con sé
un alone di tristezza e sdegno non indifferenti. Il fatto è che spesso, per capire un significato, ricorriamo al suo contrario: se è già noto all’interlocutore (o a noi stessi), ci limitiamo ad asserire che il significato di Y (ignoto) è il contrario di X: gioco breve ed efficace.
Ancora peggio siamo propensi a credere che “Se una cosa non è X, allora è Y”.
Ciò senza dubbio comporta uno sgravio notevole della fatica, sia a chi spiega sia a chi ha come meta la comprensione di ciò che il segno – quale una parola o un’espressione – veicola. Ma questa procedura – come quasi ogni cosa velocizzi e semplifichi un’azione più complessa per il raggiungimento dello stesso obiettivo – ha i suoi contro. E il contro di questa non si riversa sul metodo o sul fine stesso, ma sulla forma mentis che abbiamo e, quindi, con cui guardiamo il mondo.
C’è chi, nostalgico dell’idealismo, sostiene che sia il pensiero che determini la realtà e, nello specifico, che sia con le parole che noi diamo sostanza e forma, quindi corpo, ai pensieri. Il che, direte voi, non è nulla di nuovo: vero, ma aggiungo io, non è nemmeno qualcosa di giusto.
Non è giusto nell’accezione più antica del termine, nel senso, direi io, di “conforme alla legge”. Quale legge? Quella etica, rispondo: quella che non avrebbe bisogno di regolamenti in un mondo utopico, perché sarebbe la voce della coscienza del singolo a comunicargli ciò che è giusto e ciò che non lo è.
Dicevo, altrimenti ci perdiamo in filosofie da bar (con tutto il rispetto per le fantomatiche filosofie da bar, che personalmente adoro), che tendiamo a pensare tutto in termini di opposto e contrario: il motto “Non è tutto o bianco o nero” riassume un po’ l’idea.
Andando sui sentimenti, se non è amore non è detto sia odio, anzi, è ben più facile sia affetto o al massimo indifferenza.
E invece no, cadiamo continuamente nell’inganno di confondere quelli che, nel quadrato semiotico di Greimas, vengono indicati come contrari e contraddittori. Il contrario di amore è odio (emisfero opposto), il contraddittorio di amore è non-amore (che vuol dire tutto e niente, in quanto, in termini insiemistici, sarebbe tutto l’insieme U-amore). Ci sfugge il fatto che negare una cosa A non voglia dire affermare il suo opposto B.

Arriviamo al punto cruciale, a quello che dà il titolo al post di oggi: “Figa di legno” è il contrario di “Ragazza facile”.
Credo che il problema sia a monte, nel senso che non è chi interpreta ad essere in errore, ma chi formula tale sentenza: sono convinta che pensino “Non è facile portarsela a letto” e taaac, si accende l’insegna luminosa con la scritta “figa di legno” e via, la dice.
Trovare il significato di perifrasi gergali e poco raffinate come questa è un’impresa poco facile. Ho provato a cercare nel web, ma sono in pochi a parlarne e ancora meno a parlarne seriamente (per quanto seriamente si possa parlare di una cosa del genere).
Mi accingo quindi non tanto nell’elaborazione di una definizione mia – perché se potessi eliminerei seduta stante l’epiteto in questione dalla faccia della terra o,
almeno intanto, dalla bocca della gente – ma nel farvi riflettere su ciò che ha fatto riflettere (ahimé) me medesima.

*Stai per leggere parole poco auliche e a sfondo sessuale se sei maggiorenne e soprattutto non bigotto puoi continuare. Viceversa fermati e non mi mandare mail o commenti in cui esprimi il tuo terribile et incurabile fastidio nei confronti di ciò*
FIGA“: termine gergale atto ad indicare l’organo sessuale femminile o, per estensione (e sottolineo ESTENSIONE, tra pochissimo vediamo perché) una
creatura femminile di aspetto gradevole, in grado di suscitare la libido in chi guarda
DI“: preposizione semplice, in questo caso, regge il complemento di materia quale
LEGNO“: légno s. m. [lat. lĭgnum] a) Sotto l’aspetto merceologico, il materiale fornito dai tronchi delle gimnosperme delle dicotiledoni e che viene usato per lavori di falegnameria o per altri usi. b)Come indicazione generica della materia, senza specificazioni: una tavola, un’asse, un bastone di l.; mobile, impiantito,statua di l.; scultura, incisione in l.; cavallino di l.; un pirata con una gamba di legno. È assunto talora come simbolo della durezza: questa carne è dura come il l.;testa di l., testa dura, persona di scarso ingegno o cocciuta.
Ora, per quanto io mi possa sforzare di dare un senso al tutto, potrei pensare al fatto che “di legno” alluda al significato simbolico di tale parola, ovvero alla durezza (qui nel senso di resistenza, chiusura, non accondiscendenza). Però, ancora peggio c’è il fatto che diventi una sorta di metonimia, nel senso che quella ragazza non HA la figa di legno, ma E’ una figa di legno. Lo stesso espediente che si usa per evidenziare l’avvenenza di una donna: “è figa”.

Purtroppo, scrivevo sopra, il linguaggio spesso dà corpo ai pensieri e la scelta del lessico la dice lunga sugli stessi.
Il fatto che gli uomini indichino attributi della donna quale bellezza o titubanza/poca accondiscendenza alle richieste sessuali altri la dice non lunga, lunghissima; a maggior ragione perché un uomo piacente è “figo”, non “pene” e non “cazzo”.
E’ l’organo riproduttivo femminile (stranamente eh) ad essere storpiato e volgarizzato per indicare una serie di attributi che, in modo più o meno diretto, rimandano alla sfera del sesso: ancora peggio, che sia una metonimia emblematica della concezione della donna nella cultura – quasi mi infastidisco a definirla così, ma tant’è – che c’era/c’è nel nostro bel Paese. E’ come dire, insomma, che una donna può essere benissimo indicata con l’organo che possiede, e che le sue disposizioni d’animo e caratteriali siano riassumibili nella “gestione” che colei ha della propria Jolanda. E’ un’espressione che, senza che ce ne rendiamo conto, si piazza assieme a tutte le affermazioni del tipo “Avrà fatto carriera perché l’ha data al capo”. Io, da donna che il più delle volte ha molto pudore e si fa mille problemi, mi sento comunque violata da tutto ciò: la mia vita sessuale non è lo specchio della mia vita in toto. E’ una sfera intima, la prima: la rispetto e la tratto con cura, cerco di essere una persona degna ma non vorrei comunque mai e poi mai essere giudicata come persona sulla base di quello. Invece, lo ammetto, è capitato pure a me di sentirmi dire o di venire a sapere di epiteti da parte di gente che a malapena mi conosce e ipotizzava (spacciando per certezza) mie disposizioni nei confronti del sesso. Sono etichette che fanno, subdolamente ma abilmente, passare in secondo piano tutte le altre caratteristiche che noi donne abbiamo o cerchiamo di avere, in primis come persone. E’ un gioco di omologazione ai fini di suddivisione: siamo tutte sostanzialmente uguali > la discriminante più importante è la disponibilità > ora devo solo capire se sia una zoccola o una figa di legno. Wow.

Dopo questo sermone sulle parole e sull’uso che ne facciamo, non posso esimermi dal sottolineare, ancora una volta, quanto il lessico che scegliamo per parlare di qualcuno o qualcosa sia un’arma potentissima. Il lessico ci denuda, mette allo scoperto i nostri pensieri, anche quelli che tante volte ignoriamo di avere: è dal lessico che si evince la cultura di un popolo e, nel piccolo, la cultura di ogni singolo uomo. Ci sono parole e perifrasi che vanno “di moda”, e quella trattata oggi appartiene a questa categoria. Ma la moda, si sa, non è sinonimo di “giusto” (per tornare a quanto discusso prima) ed essere moderni è qualcosa che va oltre la moda nel 2014. Essere moderni, secondo il mio modesto parere, è essere liberi da pregiudizi. E’ essere consapevoli di ciò che si pensa, ciò che si dice, ciò che si fa e ciò che tutto comporta. Parlare a vanvera usando espressioni che inglobano e portano alla ribalta credenze poco nobili non è essere moderni, ma essere coglioni.

E pure io lo sono spesso, solo che poi ci penso ed evito di rincarare la mia dose di errori: anzi, se posso non appena ne ho l’occasione mi spiego, cerco di rimediare.

E’ vero che le parole non le abbiamo inventate noi, ma è vero anche – e questa è la cosa più bella ed importante – che possiamo scegliere quali utilizzare, come assemblarle e come veicolare i significati. Pescare alla cieca dal cassetto dei lemmi seguendo l’impeto di dire qualcosa può provocare come minimo fraintendimenti.

E, per sistemare quelli, ci vuole sicuramente più tempo di quello “risparmiato”. Forse, prima ancora di cercare di addomesticare la nostra “ansia da sentenza”, basterebbe iniziare a non pensare che se una non è bella allora è brutta, che se non è magra allora è grassa, che se non è facile allora è frigida.

Il mare che c’è tra la costa del + e la costa del – racchiude in sé un numero di accezioni ben più ampio di quelle presenti tra + e -: sarebbe sufficiente prenderne atto e lessicalizzare (laddove non sia già stato fatto) quel terreno inesplorato, per non ritenerlo insidioso e nemico solo perché completamente sconosciuto.

Annunci

“Non cogito ergo loquor”: un brevissimo racconto non mio.

Giorni di festa, di pranzi e cene, di regali belli o meno, di nipoti/cuginetti/bimbi che invadono le nostre case. Si sta più in famiglia, che piaccia o no. E, quasi in ogni famiglia, ci sono i bimbi.
I bimbi adorano farsi raccontare le storie, ma anche noi in fondo. La narrativa è uno dei settori, per non dire IL settore, che vende di più in assoluto.
Allora, visto che non siamo mai abbastanza grandi e che noi stessi, quando ascoltiamo gli altri, ascoltiamo le loro storie, ne pubblico io una brevissima, più breve delle favole di Esopo: perché, se le storie non stancano mai, a me le critiche invece stancano.
Non passa giorno in cui ognuno di noi non ne senta nemmeno una e, se dovesse star lì a dividere quelle fini a se stesse da quelle “costruttive” e “fatte per amore”, sono certa che la prima colonna sarebbe satura di scritte, la seconda povera o addirittura vuota.
Premessa fatta, ecco a voi il mini-racconto:

<<Un uomo insieme a suo figlio marciava sopra un asino, la gente li guardò e disse: “Poveretto quell’asino, ci vanno sopra tutti e due!”.
Allora il padre lasciò il figlio sopra l’asino e proseguì a piedi. Un gruppo di persone si voltò e disse: “Che bastardo il figlio, lui che è sano sta sopra l’asino ed il padre ormai vecchio va a piedi”. Allora il padre fece scendere il figlio e salì lui, delle persone li videro e dissero: “Che bastardo il padre! Sale lui e lascia il figlio da solo a piedi!”.
Il padre, quindi, decise di proseguire a piedi insieme a suo figlio. La gente li criticò dicendo: “Ma che scemi, hanno un asino e non lo usano!”.>>
La morale non la scrivo, ma mi è piaciuta la storiella perché semplice ed estremamente efficace.

Posso? Sì, posso. I miei strampalati auguri di buon Natale a TUTTI, TUTTI voi.

“E’ Natale, che schifo” – “Quanto odio queste festività inutili” – “Non credo in Dio, Natale è un giorno come tutti gli altri”. ALT!
Sono la prima persona a non esprimere sempre i propri sentimenti di affetto alle persone, a sperare che la gente osservi, legga tra le righe, capisca. Sono la prima a sembrare fredda, disinteressata, ma poi cerco di dare tutta me stessa a tutti coloro a cui voglio bene. Cerco di captare i “voglio aiuto” espressi dalle persone anche senza parole, sono sempre pronta e disponibile a dare ascolto, conforto, consigli, una spalla su cui piangere o a mettere da parte malinconia, problemi e pensieri per donare qualche attimo di sollievo o di spensieratezza.
Amo veder sorridere, lo amo ancora di più se quella persona prima del mio piccolo aiuto non sorrideva.
Nonostante tutto ciò abbraccio pochissimo i miei amici, parenti ecc. Cerco di non essere invadente, appiccicosa, smielata, banale. Mi spaventa di più un abbraccio che un altro mi dà “per ricambiare” che un mio gesto d’aiuto non corrisposto.
Non credo in Dio.
Mi irrita il consumismo Natalizio.Ma vorrei una cosa, la vorrei tanto e ho deciso di scriverlo sperando che qualcuno trovi anche solo 30 secondi per pensarci.
Cogliamo l’occasione del Natale, di questi giorni di auguri, ritrovi, vacanze per essere umani. Per rischiare un po’ di più. Per metterci in gioco. Per recuperare rapporti andati a puttane per sciocchezze, perché si era troppo stressati, nervosi, indaffarati e ansiosi.
Non credo nel Natale, ma credo nell’atmosfera Natalizia. Un sorriso non costa. Un abbraccio sincero non costa. Due parole non costano.
Sono consapevole di aver scritto cose forse scontate, ma credo siano talmente scontate da essere dimenticate. Questo è quello che vedo, sento, percepisco, ormai da anni.
Sfruttate questi giorni per vivere non solo di pranzi e cene spropositati, ma di emozioni: a partire da quelle che derivano dalle piccole attenzioni che vi danno i vostri cari. Per qualcuno a Natale è nato Gesù, per me a Natale può rinascere quella parte di noi più istintiva, passionale in senso lato.
Se vi siete imposti di fare i “superiori”, i cinici, i delusi da tutto e tutti, state solo perdendo: perdendo la possibilità del calore che può darvi quest’atmosfera e le persone che la sentono.
Siete tristi con la vostre lamentele, con il vostro biasimare chi a Natale è felice. Non dico sia tutto bello e tutto magico,dico semplicemente che è più facile attivarsi per far sì che sia tale.
Un Buon Natale di cuore anche a chi non conosco di persona e un “in bocca al lupo” a tutti quelli che colgono l’occasione per essere più spontanei e vivi.
E un grazie a chi c’è sempre, a chi ha lasciato l’Italia ma non ha lasciato me, a chi ha avuto il coraggio di rischiare e ce l’ha fatta e, anche e soprattutto, a chi ha avuto il coraggio di rischiare ma non ce l’ha fatta.
E’ a questi ultimi che va tutto il mio sostegno morale che, per quanto poco possa contare, è spesso il motore di tutto il resto. Non è un accessorio, è la prima cosa che ci fa sentire a casa anche se distanti, anche se una casa bella o nostra non ce l’abbiamo, anche se di risorse materiali su cui contare ne abbiamo poche.
Chi si rassegna, chi è triste, chi soffre e si autodistrugge, chi si isola dagli altri ha già perso. Ciò che aveva, ciò che potrebbe avere e ciò che è. Un affare, da “superiori” proprio. Eh già.

Ci sto provando, ma non so cosa ne esca. E voi? Come li guardate gli anni che se ne vanno?

Tirare le somme.
Fare un bilancio.
Valutare.
Ho vissuto con misura molte, moltissime cose. Lo faccio da sempre e probabilmente lo farò per sempre.
Così, a fine giornata, a fine settimana, a fine mese e ancor più a fine anno mi dedico a questa faccenda. Negli uffici è pieno di scadenze, di bilanci.
Nella mia stanza è pieno di foglietti sparsi, gettati un po’ all’aria ovunque, in cui annoto piccole cose che mi hanno regalato attimi di piacevolezza e, anche, piccole cose che per un attimo mi hanno fatta sentire stretta, tormentata, triste.
Per oggi, però, faccio l’eccezione. Non la faccio in merito al mio modo di affrontare e rivivere poi, ricordando, le esperienze, ma lo faccio circa il disordine che di solito mi caratterizza nel farlo. Lo faccio prendendo quei post-it, realmente scritti o solamente appuntati in qualche parte della mia mente e/o del mio cuore e mettendoli in ordine cronologico.
Sto riscrivendo questo post per la seconda volta; la prima avevo adoperato questo metodo e ne era uscito un complicatissimo groviglio di cose da cui pure io facevo fatica a districarmi per poterlo osservare da fuori: troppe persone assieme, troppi fatti in un unico momento, troppe emozioni contrastanti a riguardo, le scelte, i compromessi per dedicarmi all’una o all’altra, i piccoli torti inferti o subìti. Un vero e proprio Caos.
Forse avrei dovuto lasciarlo così, come un diario confuso di una ragazza altrettanto confusa. Uno dei miei benjamini, uno dei pensatori più travisati di neanche 200 anni fa, dice: “Non a caso Caos è anagramma di Cosa e Caso“.
Nietzsche, tu hai avuto spesso ragione. Non avermene, questa volta il caos lo prendo e lo metto da parte, lo riservo a ciò che vivo oggi, a ciò che vivo scrivendo questo e ripescando dalla memoria ciò che, più di altro, mi ha segnata, scolpita, forgiata in questo anno.
Però, nel comunicare ad altri, c’è bisogno di chiarezza. Provo, quindi, a gettare un po’ di luce e a sciogliere la matassa aggrovigliata di emozioni e fatti per me significativi.
E’ un post complicato perché so che mi puo’ leggere, come sempre, anche chi non dovrebbe. Non dovrebbe farlo perché si sentirebbe chiamato in causa, nel bene ma non solo. Ergo, per gettare un alone di incertezza, racconterò una specie di storia. Una storia con dei personaggi dai nomi fittizi e dall’identità altrettanto fittizia, che conterrà il più possibile tutte le caratteristiche e le azioni delle persone incontrate in quest’anno ma lo farà mescolando, confondendo, così nessuno si potrà sentire colpito o, al contrario, eccessivamente lusingato.
Ultima premessa: non è un resoconto “verosimile”, perché ciò che andrò condividendo con voi non ‘potrebbe accadere’, bensì è accaduto. Non sentitevi, pertanto, traditi o presi in giro. Chi scrive qui è una persona in carne (parecchia, sì) e (piccole) ossa, che vive emozioni sulla propria pelle, che si rivolge a chi è come lei, a chi ha voglia di entrare per un po’ nel mondo altrui: in quello vero, non in quello immaginato, sognato o, viceversa, demonizzato.

Siamo arrivati al capolinea di quest’anno (non me ne abbia Branzany per la metafora ferroviaria in parte usurpata), e, come quando si torna da un viaggio, si apre la porta di casa, si aprono le valigie e, vestito dopo vestito, mentre li gettiamo nel cesto della biancheria sporca pensiamo: “Questo l’ho messo quella sera che ho conosciuto Mirko”, “Guarda che macchia di vino, è quella che mi ha fatto Andrea mentre cercava di avvicinarsi impacciatamente a me col calice in mano” e via dicendo. Si rivivono i momenti salienti della vacanza, quelli che ci hanno scosso dentro, quelli che ci hanno fatti sentire vivi, vivissimi, nel bene o nel male: quelli in cui abbiamo capito di essere e di esserci, di sentire e di sentirci, di vivere e di viverci, di emozionare e di emozionarci.
Poi, non so se sia solo una mia consuetudine, quando torno da giorni di assenza, ancor più che di consueto, spalanco le finestre per cambiare l’aria. Lo faccio anche con 3 °C fuori in pieno inverno, quando chiunque penserebbe “affanculo il ricambio d’ossigeno, non posso mica ibernarmi così”. Io, l’aria buona, quella che dovevo respirare, l’ho già respirata, filtrata ed ho espirato l’inutile. Ho inspirato anche qualcosa di tossico, sicuramente, ma chi non lo fa? Non lo voglio rinnegare, nessuno respira solo aria pulita. Oggi apro balconi e finestre e lo faccio con voi: vi lascio intravedere, da fuori, un po’ della me di questo fantomatico 2014 agli sgoccioli.
Sono curiosa di indole, fin da quando ero piccina quando passo davanti alle case mi cade l’occhio sulle finestre, su quei punti non cementificati, su quei punti, dai contorni ben definiti che ti lasciano intravedere dentro. Possono essere finestre piccolissime o finestroni, ma non è solo la grandezza dell’apertura a permetterci una visuale più o meno ampia e/o completa. Il punto cruciale, di ogni apertura, anche la più piccola, sta negli occhi di chi guarda. E no, non sono le diottrie la discriminante, miei carissimi: sapete anche voi, ne sono convinta, che la discriminante è la prospettiva con cui si guarda al di là attraverso quel foro più o meno ampio: è lì che sta la vera differenza.
C’è chi si pianta davanti, con lo sguardo parallelo all’apertura, e fissa immobile e chi, invece, prova mille inclinazioni diverse, è mobile, aperto ai cambiamenti, fluido in come si pone di fronte a quel buco.
Io spero facciate tutti parte di quest’ultima categoria; che siate di quelli che sanno scorgere stanze intere, nei loro minimi dettagli, anche da un buco piccino.
Perché io, quando cambio l’aria, preferisco sfruttare la corrente e farlo aprendo di poco più finestre e non una, bella grande, da sola: da un lato mi sento meno nuda, dall’altro più esposta a varie influenze e pressioni e la cosa, checché se ne dica, è incredibilmente formativa e d’aiuto per se stessi.
In questa corrente di pensieri, che un po’ si urteranno tra loro e alcuni dei quali finiranno per essere travolti da altri, auspico riusciate a vedervi e a vedermi un po’, a trovare le assonanze necessarie tra il mio vissuto e il vostro, a metterle assieme e a formare qualcosa di piacevole almeno all’udito di chi ascolta; a scrivere, anche le cose più tristi, in un modo facile da ricordare perché in rima, e più facile da accettare perché armonioso nella forma.

Purtroppo sto ancora cercando di tagliare, sistemare, rimodellare, semplificare quanto scritto ma, vista la lunghezza della premessa, ho deciso di pubblicarla come post a sé stante lasciando a voi l’inviolabile libertà di leggere o meno un po’ di gossip sulla sottoscritta e sulle persone che si sono relazionate a lei in quest’anno o, se, invece, continuare a leggerla solo nelle perle di saggezza minchiate che con discreti impegno e dedizione, pubblica nei vari profili social.

Intanto vi saluto e, se posso permettermi un consiglio dal profondo del cuore, evitate i resoconti qualora non vi ci siate già cimentati, soprattutto se avete una certa età: più scaverete a fondo su alcuni episodi, più ve ne verranno in mente altri. E’ una catena infinita, che vi fa risalire tutto, anche quello che pensate di aver già digerito e metabolizzato. Da “cosa vuoi che sia successo in questi 365 giorni” passerete a “Oh mio dio, ma sono sicuro fossero solo 365 giorni?“: motivo per cui lo sconsiglio a chi è già affetto dalla crisi di mezza età e, guardando al passato, si sente vecchio e guarda solo il bicchiere mezzo vuoto del tutto. Io sarei orgogliosa del mio bagaglio esperienziale, culturale, emotivo ed affettivo, ma non siamo tutti uguali. La “cultura” oggi dilagante, in effetti, non sembra valorizzare questo, bensì evidenziare i segni del tempo con la penna rossa, come la maestra quando alle elementari correggeva i vari “qui” accentati o i “” non accentati e scalava punti dal voto finale. Pensate però, lì i voti più erano alti più erano belli: l’età perché invece no? O perché non posso pensare che il 2014 sia stato migliore del 2013 perché io ero più grande e, un pochino, più matura e consapevole? Mah.

Diventare comunisti emotivi: il rosso in faccia.

Sarebbe dovuto accadere prima o poi: credo sia stato un segnale.
Ho capito che, per quanto osservatrice io sia, c’è sempre qualcosa che mi sfugge. E questo qualcosa non è una sottigliezza.
Qualche mattina fa ho preso il treno.
La mattina è un momento particolare della giornata, è quello in cui credo sia più difficile interagire con gli altri ed entrarci in empatia: se qualcuno non fosse in grado di fare un’accurata selezione delle persone che lo facciano stare meglio e con cui si senta (quasi) sempre bene, consiglio di provare a pensare con chi si prenderebbe un caffè la mattina più che un long island la sera.
Comunque, ero dietro la linea gialla (come ammoniscono ripetutamente gli annunci delle ferrovie) che aspettavo il mio treno con una sola cuffietta all’orecchio che mi deliziava/deprimeva con “Someone like you” di Adele quando ho sentito una voce femminile e giovane (non era Adele, ahimè), dal tono elevato e furioso, esclamare: “Io sono esaurita, non ce la faccio più con te. Spa-ri-sci, spa-ri-sci ti ho dettooo! Sei bugiardo, mi hai presa in giro. Sei una brutta persona, io non ti voglio piùùùù”. Di solito sono molto discreta e non mi metto a fissare la gente, ma stavolta, colpa di Adele forse, non ho avuto abbastanza autocontollo e l’ho fatto. Ho visto colei che aveva pronunciato quelle parole, una ragazza sui 25 anni circa: era lì, davanti a lui e, se non fosse stato che l’ho identificata subito per l’accentuato gesticolare che accompagnava le indicazioni fornite a mo’ di vigile addetto al traffico urbano, non avrei scommesso un centesimo fosse lei la fonte delle dolci frasi.
Non so nulla di loro e non entrerò nel merito, ma mi ha stupita il fatto che lei, salvo l’accompagnamento gestuale alle parole, non desse la minima impressione di essere turbata, così tanto turbata da gridare al suo (credo) fidanzato offese senza preoccuparsi dell’abbondante massa umana che li circondava.
Il treno è arrivato e il frastuono che fa un treno quando arriva copre anche le urla o forse no, lei non ha più detto nulla, ma fatto sta che io ci sono salita, ho messo anche l’altra cuffietta all’orecchio una volta preso il posto e non ho più visto e sentito né lei né lui.
A metà tragitto mi ha telefonato mamma chiedendomi un consiglio circa un colloquio che avrebbe dovuto affrontare (quanto diavolo è bello quando diventi grande e capita siano i genitori a chiedere dei pareri a te?) e io le ho risposto come faccio sempre, cercando di dirle che, se si comportasse come farei io e tutto andasse bene, finirebbero per fare a lei delle proposte che nei fatti avrebbero fatto a me. La sentivo ansiosa e ho cercato di tranquillizzarla come io so fare, mettendo da parte il mio nervosismo a causa della notte quasi insonne appena terminata, per la sessione d’esame che incombe e per la mia incapacità di mettere un po’ di ordine ai miei “sentimenti”. Io e mamma parliamo di poche cose – siamo piene di tabù conversazionali purtroppo – ma su quelle poche abbiamo un’empatia pazzesca. Quando le ho messo giù ho sorriso e sistemato il telefono in borsa per continuare a leggere indisturbata ma, alzando la testa, ho incrociato lo sguardo del ragazzo seduto davanti che avevo trascurato fino a quel momento. Lui mi ha sorriso, poi ha spostato lo sguardo verso il finestrino e ha detto: “Avresti potuto rimanere al telefono ancora”. L’ho guardato, era arrossito e restava fermo a scrutare l’orizzonte dal finestrino. Io, senza aver compreso, ho risposto: “Scusa, ho parlato a voce bassa ma forse è vero che non è educato parlare al telefono in treno”. Dal sorriso è passato alla risata, ma continuava a non spostare lo sguardo. Io mi sono innervosita e ho iniziato a sentirmi fuori luogo, disorientata, stupida, colpevole, maleducata. Continuavo imperterrita a tenergli gli occhi addosso, fino a che, finalmente, si è girato. Il suo volto stava facendo un’esclation cromatica preoccupante, in quel momento aveva il colore della granita all’amarena che prendo d’estate in spiaggia, lo stesso colore che hanno gli albini dopo qualche ora di esposizione al sole.
Mi ha riguardata in faccia, finalmente; non sarò una bellezza ma una persona la guardi così solo se è squarciata, ve lo assicuro. Comunque, guardandomi e con un tono scherzoso mi dice che si era appassionato alla telefonata, che gli piaceva ciò che dicevo a chi stava dall’altra parte e che si scusava se era sembrato un invito a non farlo più.
Io, con le capacità reattive da letargia prolungata, non ho detto nulla se non un “Ah” mentre mi saliva il calore in volto e chinavo nuovamente e definitivamente la testa sul libro.
Non ho più letto, sono rimasta con lo sguardo rivolto alle pagine e ogni tanto le sfogliavo per recitare meglio. Ero assorta, senza Adele e ben più di prima.

Pensavo ad una cosa che in psicologia si chiama “AROUSAL”, cioè, semplificando, la risposta fisiologica ad uno stimolo emotivo: aumento della frequenza del battito cardiaco, sudorazione, tremori e via dicendo.
Il rossore in volto (non parlo di quello congenito che qualcuno ha e invidio da morire, dissimuli e non serve ti metta il blush per assumere un colorito da persona viva e non prossima alla morte) fa parte delle risposte che il nostro organismo tanto complesso quanto maledetto dà.

Ho assistito a due situazioni in un certo senso opposte: nella prima c’era lei che diceva cattiverie a lui, nella seconda (anche se ne ero coinvolta direttamente, ma trascuriamo ciò) un lui che fa una sorta di celato complimento ad una lei (me).
Nella prima il tono di voce era alto; nella seconda medio-basso.
Nella prima lei aveva un colorito normale; nella seconda lui un colorito rossastro.
Nella prima lei dichiarava a lui “sentimenti” negativi; nella seconda lui dichiarava a lei (me) “sentimenti” positivi.
RIleggete partendo da quest’ultima affermazione il tutto, come se fosse una tabella divisa in due colonne: la prima chiamata “affermazioni brutte” e la seconda “affermazioni belle”.
Io ci ho meditato parecchio e sono giunta alla conclusione che non sia stata un’eccezione, ma che sia quasi una regola: ci vergogniamo molto di più a dichiarare il bello che vediamo nell’altro rispetto al contrario. Ci vergogniamo molto di più a dire “ti amo” rispetto a dire “ti odio”.
Ci emozioniamo molto di più se dobbiamo fare “affermazioni belle” e le risposte che il nostro corpo fornisce ne sono manifestazioni e prove.
Le risposte che il nostro corpo fornisce spesso sono visibili agli altri, ma sono molto meno controllabili delle parole. Eppure parlano, eccome se parlano: parlano di noi, di quanto ci faccia effetto una situazione, di quanto siamo o meno a nostro agio in quel contesto, con quelle persone e in quel momento.
Parlano di qualcosa che forse è insito nella natura umana, ovvero che la dimostrazione di apprezzamento per un altro ci rende vulnerabili e ci fa sentire nudi.
Nudi e in pericolo, come una gazzella azzoppata davanti ad un leone affamato.
E’ natura o è cultura? Siamo così per istinto o perché siamo cresciuti in una società che ci ha portati a questo?
Io non lo so e non mi aspetto delle risposte da voi, a meno che non siate scienziati evoluzionisti che mi vogliono spiegare le loro teorie.
Credo ci siano domande a cui la psicologia ancora non sa dare risposte o, se le dà, sono sempre almeno duplici. Sta a noi aderire all’una o all’altra, oppure crogiolarci nel dubbio come la sottoscritta, sbattendo la testa contro il muro perché ancora un fondotinta che nasconda il rossore senza sembrare stucco non l’hanno inventato, così come non hanno inventato il modo per controllare tutte le altre bizzarre risposte che il mio (stupido) corpo fornisce spesso e volentieri.

E se il mancato uso del congiuntivo non fosse poi un problema?

Che cosa parliamo a fare criticando chi non sa utilizzare i verbi se poi basta aprire i quotidiani per vedere indicativi che rimpiazzano allegramente congiuntivi?
Sto facendo una collezione di scivoloni linguistici dei giornalisti che poi sistemerò in un meraviglioso collage da guardare nei momenti in cui ho scarsa fiducia nelle mie capacità: ci si arrangia come si può insomma. Di solito per consolarmi uso Facebook, che non è di carta e non si rovina con le lacrime amare che mi scendono, ma mai avevo considerato l’idea di poterlo fare sugli strafalcioni di persone che vivono di questo.
Di questo passo diventerò una ritrattista di fama internazionale: disegno volti come fossero patate germogliate ma, se il requisito per essere giornalisti non è sapere l’italiano, il requisito per essere pittori (lasciamo stare l’arte astratta perché la lingua è astratta sì, ma ha delle regole) non è saper disegnare decentemente.
Accipicchia se è strano il loro mondo, o forse è solo avanti: abbatte i cliché per emanciparsi da altri settori, potente eh?
Un idraulico deve conoscere tubi, valvole eccetera, loro NO non devono conoscere la lingua. Non vogliono mica stare alle regole del buonsenso degli altri sistemi o delle altre professioni, devono dimostrare di essere al passo con i tempi.
“Non sai coniugare nemmeno il verbo essere al congiuntivo imperfetto ma ciò ti dà quel tocco da poeta maledetto che sì, sei assunto”. E sbam. Cosa possiamo dire ai caproni non giornalisti che sbagliano? “Leggi di più”? No, nemmeno. Possiamo solo dire al temerario difensore dell’indicativo di turno: “Oh wow, hai mai pensato di iscriverti all’albo e poi cercare lavoro presso qualche importante quotidiano? Hai tutte le carte in regola”.
E, qualche mese dopo, ritagliare i suoi articoli e aggiungerli al nostro collage. Sì, perché lui ce la farà.
L’ignoranza, quell’ignoranza, in Italia, nel 2014, dovrebbe essere considerata una colpa: invece no, viene vista come essere modesti, “parlare come si mangia”, “volare basso”. Gli slang nuovi di stampo Englishiano che non si incula nessuno sì, ma un “fossi” anziché “eri” è troppo, mica lo puoi scrivere in un giornale che comprano tutti, eh no.
(Generalizzo per ovvi motivi, ma nemmeno li leggerei i giornali se fossero tutti individui simili. Il buon senso abbiatelo voi nel leggere, considerando quanto alla sottoscritta piaccia esagerare per ironizzare).

In tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi. No, non parlo dell’amore

“In tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi ma non a casa, a tavola, con la famiglia attorno. Mai”
Avete appena letto cosa mi scriverò sui post-it un po’ ovunque, sperando che repetita iuvant e che, soprattutto, me salvant.
Parlo di tutte quelle frasi (minchiate) che ogni tanto (sempre) mi escono dalla bocca così, prima che io abbia tempo di controllarle. La cosa buffa è che gli insulti li riesco a controllare così tanto che li tengo dentro di me a marcire, finché non marcisco pure io per contagio diretto, ma le “battute” no, quelle le sento per la prima volta quando hanno già preso forma e sono state sentite dalla platea più o meno vasta che mi circonda. Prima sento il colpo del proiettile, poi realizzo di aver premuto il grilletto. Boh.
Gli amici hanno imparato ad accettare questo mio deficit come io accetto altre loro caratteristiche: sono quelle cose che sembrano difetti ma che poi impari ad amare, ad associare a quella persona e diventano un po’ i tratti di cui non vorresti più fare a meno.
I difetti, le imperfezioni, le diversità sono fonti di assuefazione non indifferenti.

Comunque, quando sono a tavola con i miei, succedono cose strane. Strane perché non smetto di riderci da anni, non perché siano rare. Si ripete, più volte alla settimana, lo stesso format. E’ buffo e, proprio per non smentire il mio lato da minchiona, faccio così la minchiona che lo rendo pubblico. La sequenza degli atti è:

– La sottoscritta dà prova delle sue turbe mentali alla parte di umanità lì riunita in quel momento emettendo una combinazione di parole tale da innescare velocemente svariate reazioni. In questo senso le mie parole sono ottimi catalizzatori, ammetto.
– Fratello scuote la testa e guarda per terra sorridendo ma dissimulando. Nei casi estremi si mette la mano sulla fronte e mi compatisce un po’ (ha il master in comunicazione non verbale quando dico scemenze, la ritiene “sprecata e comunque superflua”).
– (dopo pochi secondi di elaborazione) Madre si strozza se sta bevendo, mangiando o anche respirando e ride di gusto come un 3enne a cui si fa il solletico. A fare di sottofondo la risata più discreta e composta di mio padre.
. (QUI VIENE IL BELLO) Madre, ripreso il fiato perduto (ci mette meno Will Smith a cercare la felicità in quei 140 minuti di pellicola) si raddrizza sulla sedia, assume un’aria che oscilla tra il Papa mentre recita l’Angelus e Vespa nei primi secondi di trasmissione quando dà il benvenuto, attende il silenzio e rielabora le mie parole in modo diverso, strappando loro quel poco di ironia che c’era e rivestendole di una certa serietà. Non so se sia chiaro il punto: MIA MADRE SPIEGA (A ME) LE (MIE) BATTUTE, capite? Poi, solitamente, cerca con lo sguardo il nostro, in attesa di approvazione. Qui fratello spesso riprende voce, nonostante la vergogna provata per avere parte del mio stesso corredo genetico la snobba con frasette del tipo:”Oh, ma dai?”, “Grazie per avercela spiegata”, “E’ arrivata l’esperta”, “Ora sì che l’abbiamo capita” e via dicendo. Io, di solito, non infierisco.
Poi la vedo rimpicciolirsi di nuovo sulla sedia che sembra sempre più grande, fino a che si scusa con voce fioca. Al che interviene la mia abitudine con retrogusto di sfottò (che lei non coglie, n.d.r) di dirle entusiasta che la vorrei come interprete nella mia vita sentimentale, a spiegare con parole diverse gli stessi concetti che detti da me sembrano essere virtuosismi in Ebraico antico.
– (terminati questi attimi imbarazzanti in cui io fingo una certa estraneità alla situazione) Iniziano slanci di inspiegabili appagamento e ottimismo da parte di mio padre. “Almeno ci fai ridere”, “Vai a Zelig”, “Scrivi un libro”, “Tra qualche anno puoi andare a rimpiazzare la Littizzetto da Fazio” (il modo paterno o materno di vedere i figli è qualcosa che non capirò né presto, né facilmente nella vita)
– Io ribatto dicendo che non sono battute con la B maiuscola, “Voi ci ridete perché va beh….”. Irrompe qualcuno con frasi come: “Finiscila di dare a te della minorata mentale e a noi dei cretini, prendi atto che non sarai una comica di serie A ma non sei nemmeno pietosa come tanti che vediamo in tv. E noi non siamo stupidi, al contrario di quello che pensi”.

No, a questo punto di solito non si scatenano lanci di piatti accompagnati da insulti più o meno coloriti, ma il tutto si “risolve” con la diplomazia di mio fratello che: “Dai Ele, torna a scrivere”, io che: “E tu torna a dare il tuo contributo ai pc, non a me” e mi alzo dirigendomi nella mia camera-fortezza.
Sì dolcezza, ora sto scrivendo anche di te. Visto che sei un nerd, ma un nerd di quelli stronzi, troverai sicuramente il modo di leggere. E’ una delle poche volte che finisci in un mio stato come co-protagonista, di solito sono ancor più autoreferenziale ma oggi volevo dimostrare a tutti come l’essere dei rompicoglioni senza pretesti sia un po’ la pecca del nostro DNA: mio, tuo e di mamma almeno (papà sa uscire meglio di tutti da questo ruolo scomodo) e che, in fondo, poco ci possiamo fare.

Tua sorella,
quella strega che ti vuole un gran bene anche se non te lo dice, perché sa che ti intimidisci e perdi la faccia da uomo sicuro che tanto punti ad avere sempre e comunque (vedi, siamo proprio deficienti di famiglia. Ci insultiamo anche scherzando senza alcun imbarazzo, ma non riusciamo a dirci la cosa più elementare del mondo: quella combinazione di parole che non fa ridere e che mamma non spiegherebbe.
TI-VOGLIO-BENE. Tanto brama di sentirla dire da te rivolta a me o da me rivolta a te che starebbe lì, immobile, a godersi lo spettacolo. Lo spettacolo per cui, credo, pagherebbe il prezzo più alto in questo momento).

“Guarda che io sono uno che legge libri seri, mica Moccia o Fabio Volo”

Era da tempo immemore che non mi capitava di iniziare un libro e di leggerne più di 400 pagine a meno di un giorno dall’acquisto.
Non dico l’autore perché verrebbe sicuramente profanato (sì, proprio profanato), ché se non è Manzoni, Verga, Hesse, Tolstoj o qualche altro grande del passato più o meno lui è un ignorante analfabeta e demagogico e tu sei uno di quei disgraziati dotati di poco sale in zucca che gli arricchisce le tasche.
Vi dico che non è Fabio Volo, so che è il capro espiatorio di quella “categoria” di scrittori di poco spessore, ma dico che è stato proprio Fabio Volo a riavvicinarmi, dopo un bel po’ di tempo, anche alla lettura che comunemente viene definita “impegnata”. Magari non sa parlare di molto altro che d’amore, per se stessi e per il prossimo, ma a me ha saputo ridestare quello per la lettura, in generale.
E’ come quando un cibo ti stanca e smetti di mangiarlo, poi un giorno casualmente te lo ritrovi nel piatto e, anche se meno buono di quello che ti preparava la nonna, ne riscopri il gusto e torni ad aver voglia di assaporarlo, sperando di trovare chi lo cucina meglio di colui che te l’ha propinato dopo anni di astinenza.

Verba volant, insulti gratis non ne parliamos

Sarò stranamente sintetica, purtroppo oggi non ho molto tempo e, comunque, prima vorrei portare a termine altre riflessioni che pubblicherò a breve. Ciò che non sono riuscita a tenere per me un attimo in più è stato lo sconforto, profondo e insolito, che m’è preso sostanzialmente quando, leggendo i commenti sul gruppo facebook di facoltà, mi sono imbattuta in un:
“MA CHE DONNA VERGOGNOSA LA PROF, E TANTO ANCHE…sono senza parole!!” scritto da una compagna di corso nei confronti della prof.
Lo sapete perché? Perché lei ha copiato il compito dalla ragazza di fianco (era a crocette) ed è sicura fossero uguali, solo che quella ha preso 27, mentre lei 26.
Ora, possono esserci mille motivi a monte: su tante domande forse in una è sfuggita una risposta diversa, o semplicemente la prof ha tenuto conto di quanto tempo ciascuno abbia impiegato a consegnare e, quindi, chi delle due abbia consegnato per prima.
Fatto sta che è un parziale e che la prof ha già detto che, nella valutazione complessiva, terrà conto del numero di errori compiuti, non del voto (anche perché la scala era 0/28).
Premessa fatta, quello che volevo condividere con voi è stata la mia risposta (eh sì, sto quasi sempre muta ma quando è troppo è troppo):
“PERSEVERARE E’ DIABOLICO, MA ERRARE E’ UMANO. SECONDO ME ASPETTATE DI VEDERE I CRITERI DI GIUDIZIO AL COMPLETAMENTO DELL’ESAME PRIMA DI SOLLEVARE ALTRE POLEMICHE.
P.S. NE SAI COSì TANTO DELLA SUA VITA PER AFFERMARE SIA UNA PERSONA VERGOGNOSA?
IO CON LE PAROLE, AL POSTO TUO, ANDREI BEN CAUTA E, SE LO FACCIO IO DA PERSONA CHE L’ESAME L’HA FATTO DA SOLA, NON VEDO PERCHE’ NON POTRESTI FARLO TU”
Ecco, la sapete la sua meditata ed articolata risposta?
“Mahhhh!!!!”.

Stavolta nemmeno commento, credo i fatti parlino da sé.
In compenso ho conosciuto meglio delle persone che hanno un po’ annichilito la misantropia che mi sale in certi momenti, per cui l’equilibrio continua a far parte di me. Sono fortunata, vero. Sia mai che sia contagioso.
Chissà. Io ci spero, con tutta me stessa: la predisposizione all’insulto è qualcosa che mai, ma proprio mai, a me andrà giù.
Nemmeno col Biochetasi. “Mejo che te tasi”, direbbero qui da me (tradotto: “meglio che tu te ne stia zitto”).
Buon venerdì grigio a tutti, iniziate a pensare all’albero di Natale da fare lunedì ché l’appagamento estetico migliora l’umore e fa diminuire il tasso di veleno in ognuno di noi. Ne dubitate? Io no. Vi lascio,
a prestissimo.
Eleonora

“GLI PIACCIO E SI STA AFFEZIONANDO A ME, FORSE ASPETTA SOLO MI FACCIA SENTIRE IO”. CARE DONNE, VI DICO LA MIA.

Chissà perché siete capitate qui, chissà perché state leggendo questo stralcio di pensiero. Forse perché è il più recente e voi passate spesso sul mio angolo di sfogo, o, più plausibilmente, perché eravate perse a cercare su internet consigli, esperienze, opinioni a riguardo.

Ora, a meno che voi non siate delle appassionate al settore, credo la cosa sia scaturita dal fatto che voi, o una persona a voi molto cara, sta vivendo una situazione del tipo “HA FATTO IL PRIMO PASSO CHIEDENDOMI DI USCIRE, E’ STATO MOLTO CARINO. MI HA PORTATA FUORI A CENA, ABBIAMO CHIACCHIERATO, PARLATO DI COSE SERIE E MENO, RISO, PASSEGGIATO ASSIEME. LO VEDEVO INTERESSATO E FELICE, SI SENTIVA CHE STAVA PROPRIO BENE E IO ANCHE. POI CI SIAMO SALUTATI D’ACCORDO DI RISENTIRCI. BEH, SON PASSATI TRE/QUATTRO/CINQUE/SEI (E VIA
DICENDO) GIORNI MA DEVO ANCORA AVERE SUE NOTIZIE. PERCHE’, SE TUTTO ERA ANDATO COSI’ BENE? GLI SARA’ SUCCESSO QUALCOSA? SARA’ COSI’ IMPEGNATO E STARA’ ASPETTANDO DI AVERE UN MINUTO LIBERO NELLA SUA TRAVAGLIATISSIMA VITA QUOTIDIANA? O HA PAURA DI DISTURBARE PERCHE’ FORSE NON GLI HO DIMOSTRATO ABBASTANZA INTERESSE?”.

Ho fatto centro? Presumo di sì. E, se non è così, care lettrici, non affermate non vi sia mai successo, ché non ci crederei. Cioè, vorrei farlo: sarebbe meraviglioso. Purtroppo, però, sono abbastanza disillusa per essere convinta che il suddetto non sia un fenomeno comune.
Vi scrivo cosa sono arrivata a notare ed evincere io, ma prima faccio un *piccolo avvertimento*:

*I contenuti sono generici, non mi riferisco ad un singolo fatto o ad un singolo uomo. E con “generici” intendo che le eccezioni ci sono, eccome: “universale” non è sinonimo di “generico”, lo sottolineo. Il lettore modello è una donna, una donna come me e come tantissime altre. Una donna che sa di cosa parlo. Una donna che certe sensazioni le ha vissute, che è stata assillata dai pensieri e dalle paranoie che scaturisce un uomo che fa così.Se sei un uomo e stai leggendo, non sentirti offeso: o, meglio, puoi farlo se rispecchi ciò che descrivo. Se invece sei uno di quelli che mette le cose in chiaro, che non lascia agonizzante in attesa di un minimo cenno di vita una donzella post appuntamento, che dice le cose come stanno e non si nasconde dietro a mille e una cazzate, puoi sempre leggere per capire la diffidenza, il “blocco”, l’innalzamento delle difese e il tentativo di non lasciarsi coinvolgere tanto e subito che parecchie (mi auguro) ragazze hanno.E, forse, a capire cosa evitare per non peggiorare la sua situazione.*

-Pronto?
+Ehi, ciao sono Martina. Ascolta, è il quinto giorno ormai e ancora non l’ho sentito. Magari si fa problemi ecc ecc ecc. Che faccio? GLI SCRIVO COME STIA?
CHE MI MANCA SENTIRLO? CHE HO VOGLIA DI RIVEDERLO?

Eccoci.
Non chiamare per prima, non lo fare MAI. Ti lascia il numero? Tu lasciagli il tuo. Se non chiama è perché non vuole chiamare, punto. Le vostre amiche vi diranno che aspetta la vostra chiamata e che non lo fa per primo per paura di disturbare. FALSO: un uomo rischia. Un mezzo uomo forse aspetta la vostra prima mossa ma, non so voi, io un mezzo uomo non lo vorrei. Faccio questo discorso per incitarvi ad essere le più orgogliose-missMondo-snob-figadilegno-cagacazzi ecc ecc ecc? Libere di crederlo, ma non è così.
Lo faccio perché noi, con la nostra Jolanda, possiamo fare ciò che vogliamo. E non parlo di strani giochini o di autoerotismo, ma di scelta di utilizzo o meno della stessa e, ancor di più, di scelta sul come e con chi usarla. Sesso forte loro? Non direi: i loro mandarini – chiamiamoli così per essere femminucce raffinate – sono autosufficienti quanto un neonato. Non è che stanno lì, pronti all’uso, silenti e in forma; no, iniziano a mandare segnali, a gridare “svuotami” come il cestino della camera dopo settimane di ricevimento carte. Fanno passare le pene (ullallà che giochino di parole ad hoc) dell’inferno se non obbedisci. Solo che questi si riempiono con niente, come una pochette. Massimo pochi giorni e inizia a diventare intollerabile il tutto. Un ciglio nell’occhio. Un capello in bocca. O lo levi o non ce la fai a concentrarti su altro e a vivere sereno. Allora cosa possono fare (fanno) gli uomini? Quello che ti consente di fare il distributore di benzina aperto 24 su 24: il celeberrimo FAI DA TE. C’hanno ‘sta cosa che devono strofinare la carota come noi quando le laviamo per preparare il brodo. Avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro, accelera, fissa le tette sullo schermo (o “immagina, puoi”) , continua a shakerare e via. Pochi secondi di apice, cestino svuotato e tutti contenti. E’ semplice l’uomo, per certi aspetti potrebbe essere assimilato ad un microcefalo. Non c’è molto da capire, manco è colpa loro. Son stati fatti così, per riempirsi e svuotarsi. L’uomo è una borsa della spesa.
“E che ce lo scrivi a fà?” penserete.Che amo gli excursi ormai s’è capito, ma non li faccio a casaccio – non secondo le mie convinzioni almeno.
L’uomo è l’opposto di una formica: è un organismo che va a risparmio energetico, che meno fatica e più è contento. E questo vale per due cose: la prima è melius illa quam me, la seconda è che, in caso di “esigenze” primarie, meglio quella che si palesa come interessata (e quindi disponibile) che quella da conquistare partendo da zero. Cosa implica tutto ciò?
Che un uomo (esclusi, forse, ex e dongiovanni), da abile giocoliere, coglie la palla al balzo. E voi, così facendo, non solo gliela lanciate, ma fate peggio: gliela servite direttamente in mano. Il problema è che voi, se non siete assatanate o alla stregua della ninfomania, gli scrivete perché sì lo trovate appetibile, ma non è quella la vostra necessità primaria.

Voi vorreste vederlo, sentirlo, frequentarlo e magari, un domani, progettare vacanze e futuro assieme.  “Futuro”, che bella parola: noi ci pensiamo, eccome se ci pensiamo. Loro meno, a quello di una frequentazione almeno. Se ti dicono “con te sto bene” tu già ti immagini che anche domani sarà così. Loro invece ti stanno dicendo che lì, in quel momento, stanno bene con voi. E domani chissà, chi vivrà vedrà.

Se negate sia così per voi riflettete: se uscite con un uomo e vedete che è felice di stare con voi, quando vi salutate non cominciate a pensare “chissà quando mi scriverà”? Già un errore, perché è ottimistico porsi domande sul quando, è dare per scontato succederà. Poi capita che spariscano e allora non ve ne fate una ragione, pensate gli sia morto il gatto, sia stato licenziato a lavoro, sia stato esiliato in una grotta in Afghanistan e non gli prenda il telefono (visti gli accaduti
sappiamo che prende pure lì ormai, ma vabbè) o che ABBIA PAURA DI DISTURBARE.
Dimentichiamo il fatto che il portatore del cromosoma Y, per quanto femminismo e postfemminismo abbiano sradicato alcuni degli stereotipi dell’uomo come pater familias e dell’uomo come conquistador in ogni campo, AMA FARE L’UOMO. Ama corteggiare – poi ognuno lo fa a modo suo, chi più dolcemente e chi in modo meno palese e romantico – e ama vedere la donna abbassare le difese di fronte a lui. Se gli piacete tanto tanto tanto (ciao Jova, ti penso) ci prova.
Senza se e senza ma. “La verità è che non gli piaci abbastanza”? Forse sì, forse no. Ci possono essere parecchi motivi per cui un uomo non vi cerca, ma che siano timore, paura diessere rifiutato, paura di disturbare, non voglia di farlo, desiderio lo facciate voi eccetera eccetera eccetera, ciò significa che NON NE VALETE LA PENA PER LUI o, viceversa ma pur sempre illuminante, che LUI NON VALE LA PENA PER VOI.

Siamo emancipate più di quanto lo fossimo 50 anni fa, ma ce n’è ancora di strada da fare. Emanciparsi senza modificare prima il modus videndi dell’uomo medio significa dare impressioni sbagliate, essere fraintese, lanciare segnali che partono da noi con un’intenzione e vengono interpretati in tutt’altro modo.
Sbaglio? Puo’ essere, ognuno giustamente e fortunatamente pensa e agisce in modo diverso ma, per capire se sia una mia fissazione scatenata da uno stereotipo o se questo “stravolgimento di ruoli” davvero possa suscitare un senso di stranezza e dare adito alle più disparate interpretazioni, propongo un giochino come sono solita fare. Si chiama “prova di commutazione”; i più non sapranno cosa sia, ma assicuro che qui ci sta ed è veloce da comprendere.
Si tratta semplicemente di un’inversione di genere, appunto. Si utilizza quando si ha il dubbio che pubblicità, microracconti, articoli di giornale et similia seguano degli stereotipi di genere. Se ci sono un uomo e una donna che “fanno cose e dicono cose”, proviamo a far dire e compiere all’uomo ciò che dice la donna e alla donna ciò che fa e dice l’uomo. Se il messaggio che arriva o il significato da attribuire risultano improbabili, ridicoli o comunque molto diversi, significa che dietro vi si cela uno stereotipo di genere.
Bene, ora prendete la fase del “sentirsi con una persona” e immaginate siate voi a scrivere all’uomo, siate voi a portarlo fuori a cena, a pagare il conto, a regalargli le rose, a chiamarlo per dirgli se gli vada di fermarsi a guardare un film da voi perché avete casa libera, se gli vada di pernottare da voi e continuate con tutto ciò che vi capita più spesso quando un uomo ci prova con voi.
Non sarebbe strano? Non la vivreste come una cosa particolare, quasi eccezionale? Non vi sentireste private del vostro lato femminile più intimo, da fanciulla a cui essere corteggiata lusinga e piace?
E all’uomo non farebbe lo stesso effetto? Non si sentirebbe un tantino “oggetto del desiderio” e, in quanto tale, legittimato a farsi desiderare, a lasciarvi piene di dubbi, a non darvi sicurezze e, dulcis ma non in fundo, ad APPROFITTARE DELLA VOSTRA DISPONIBILITA’ E DEL VOSTRO PIU’ CHE MANIFESTO INTERESSE?
Come io la pensi a riguardo si è abbondantemente compreso, lascio a voi le domande e a voi le risposte.
Non puoi dare l’iphone ad un ottantenne che mai ha usato nemmeno un cellulare degli anni 90 e sperare ne capisca il valore e sappia come usarlo. Vogliamo estendere la tecnologia a tutti? Bene, prima dobbiamo insegnare come farne uso al meglio.
La rivoluzione non è l’introduzione del digitale, ma la digitalizzazione delle nostre esperienze. Ci vuol sempre il connubio tra introduzione di qualcosa nell’universo “collettivo” in qualche modo e l’introduzione di qualcosa nell’universo personale di ognuno, questo credo io.
Se non vi scrive aspettate. Siete usciti una o due volte e vi è sembrato tutto meraviglioso? Anche a lui magari, ma lui tornato a casa pensa alla sua vita, al lavoro o allo studio, alle serate da organizzare con gli amici, alla partita da giocare, a quella da vedere, al nuovo video di Francesco Sole da guardare (scherzavo, spero per voi di no) e alla ragazza carina che lo fissa con sguardo languido ogni volta che si vedono. Noi no, siamo sù di giri come un coniglio in calore, come
l’insalata nella centrifuga, come la Punto 1000 quando fai i 30 km/h in prima, come quando la nonna ci lascia la paghetta.
Concludo: iniziate a sentirvi/uscire con un ragazzo che vi fa provare belle emozioni quando siete (e anche quando non siete, ahinoi) con lui?
Due sono i consigli che – da ventenne che di storie ne ha avute poche e relativamente brevi, ma di uscite/appuntamenti/frequentazioni ne ha avute una cifra che rasenta i due zeri – vi lascio. Cose da fare:

1) NON CI PENSARE, pensa a cosa facessi prima di conoscerlo, a come fosse la tua vita, a cosa ti desse soddisfazione. Non rivedere le tue priorità finché
l’altra persona non palesa di voler essere una di quelle. Non è semplice e lo so benissimo, ma tentar non nuoce e non sia mai si riesca anche.
2) NON LO CERCARE, non capitare casualmente in luoghi frequentati da lui, non mandare sms per poi “scusa ho sbagliato”, non lo chiamare con l’anonimo
solo per vedere se risponda, non far parlare amiche al posto tuo, non fargli le appostate (?) sotto casa e nulla di simile.
E se ti cerca lui? Siete felici come me davanti al cioccolato? RECITATE, NON OSTENTATE TUTTO CIO’ CHE VI FA PROVARE, NON CON
QUELL’INTENSITA’. Se lui vi scrive “Ehi:)” vi ricordo che è un semplice saluto che non vuol dire un accidenti. Vi ha pensate, ok. Ma magari l’ha mandato ad altre 5 e sta facendo il toto-risposte per cercare di capire quali siano le prede più facili. Se voi rispondete dopo un minuto con cuori, baci e/o mille domande su di lui, per quanto elementare e ingenuo in certi aspetti, ci arriva.
Aspettate almeno una mezzora, poi entrate in azione. Vi scrive “Ciao, come stai?”. Voi “Scusa, ero impegnata. Comunque tutto bene, tu?”: ESEMPIO DI CONVERSAZIONE ALLA PARI DOVE SOTTOLINEATE IL FATTO CHE AVETE UNA VITA.
Se invece a un “ciao come stai?” rispondete subito “Ma ciaoooo 🙂 Ora meglio ahahahah (che ridere eh…….)tu?” nella sua testa balena solo il “QUESTA PENDE DALLE MIE LABBRA, POSSO USARE QUEST’ARMA (Sì, ARMA, ripeto) A MIO PIACIMENTO”.

Attente a COSA, QUANDO, COME E PERCHE’ RISPONDETE. Ché quelli, che tanto ci fanno dannare, sanno essere meravigliosi. Ma non con tutte.

Per essere trattate bene dovete essere le prime a farlo con voi stesse e dovete essere in grado di mantenere i vostri ruoli, di avere una dignità, di accettare il fatto che è meglio essere ignorate che essere considerate solo per scopi
poco nobili, anche perché poi stiamo male il doppio.
L’acqua restituisce i cadaveri, il tempo restituisce la verità.. Ciò che non viene mai restituito è il rispetto che abbiamo mancato a noi stesse. Ciò che non viene mai restituito è l’orgoglio buttato via per uomini che per voi non avrebbero fatto e mai provato nulla. Ciò che non viene mai restituito è il desiderio di credere a un uomo che faccia così e, magari, è davvero un esemplare raro che si fa un sacco di problemi, ma che per voi scalerebbe l’Everest dopo aver fatto lo sciopero della fame una settimana: verrà, ancora dopo mesi, paragonato sempre allo stronzo che era sparito e con cui eravate uscite prima di conoscere Lui.
Non regalate la fiducia subito, non riempitelo di domande per cercare di capire il più possibile di lui.

Tacete.      Osservate.      Ascoltate.      Sentite.        Sentitevi.

Poi, forse, fidatevi. Un po’ oggi, un po’ domani; non svendete la fiducia, è uno dei “sentimenti” più potenti, più gratificanti, più importanti e più elitari (da riservare a pochissime persone) che ci siano.

NON DIMOSTRATEVI BISOGNOSE, FATE IN MODO DI DIVENTARE UN LORO BISOGNO PIUTTOSTO.
Poi potete smascherarvi e lasciarvi andare, comunicando le vostre emozioni più profonde quando siete assieme e l’interesse e/o i sentimenti che provate nei loro confronti. E’ bellissimo, ma va fatto con chi si apre con noi, si dimostra disponibile a tenerci un posto caldo, protetto e non troppo angusto nelle sue giornate.
Lasciate perdere gli stronzi.
Scegliete la vostra felicità, scegliete le persone che vi danno qualcosa, scegliete chi vi mette in condizioni di dare tantissimo senza venga chiesto, scegliete chi vi ricarica le energie e vi migliora l’umore.
Non scegliete quelli che fanno i preziosi.
Non scegliete quelli che aspettano vi facciate vive voi.
Non scegliete di essere un ripiego, uno sfogo “passionale” o un passatempo.

SCEGLIETE IL VOSTRO BENE.

SCEGLIETEVI COME DONNE SICURE DI SE STESSE.

SCEGLIETEVI COME PARTNER CHE SI FANNO RISPETTARE.

NON SCEGLIETE CHI NON SCEGLIE VOI, NON FATELO MAI.